Quando viviamo con un pappagallo è naturale cercare di interpretare ciò che fa perche' siamo portati a leggere i suoi comportamenti attraverso ciò che conosciamo meglio: noi stessi.
Così un morso diventa «mi odia», una ricerca continua di contatto diventa «mi ama», una vocalizzazione diventa «mi sta chiamando perché gli manco» e un comportamento indesiderato diventa «lo fa apposta».
Questa tendenza si chiama antropomorfizzazione, cioè attribuire agli animali emozioni, intenzioni e significati tipicamente umani.
Attenzione: questo non significa affatto negare che i pappagalli provino emozioni o abbiano capacità cognitive complesse, ma imparare a distinguere ciò che osserviamo da ciò che interpretiamo.
Ogni specie possiede infatti un proprio repertorio comportamentale, il cosiddetto etogramma, e non tutto ciò che assomiglia a un comportamento umano ha necessariamente lo stesso significato per l'animale.
«Mi ha dato un bacio»
Quando il pappagallo avvicina il becco alla nostra bocca, tendiamo immediatamente a chiamarlo «bacio».
Ma il bacio, così come lo intendiamo noi, non appartiene al repertorio naturale del pappagallo.
Il contatto becco-bocca può richiamare comportamenti sociali tipici della specie, come il trasferimento di cibo da un individuo all'altro, che ha una funzione importante nelle relazioni sociali e può essere coinvolto nelle dinamiche di coppia.
Questo non significa che quel comportamento non possa avere un valore nella relazione con noi, ma è importante non attribuirgli automaticamente un significato umano.
«Vuole stare sempre addosso a me perché mi ama»
Il desiderio di stare vicino a noi può certamente indicare che il pappagallo ricerca la nostra presenza e la nostra interazione.
Ma vicinanza fisica e affiliazione non sono necessariamente la stessa cosa.
Un pappagallo che trascorre moltissimo tempo sulla spalla, sul petto o vicino al viso può instaurare con la persona una relazione molto intensa. Tuttavia, un contatto fisico frequente e prolungato può anche favorire dinamiche di coppia e avere implicazioni sul piano ormonale.
Per questo non dovremmo limitarci a pensare:
«Quanto bene mi vuole?»
Dovremmo osservare, invece:
«Che funzione ha questo comportamento?»
«Mi odia, mi ha attaccato»
Quando un pappagallo si allontana, minaccia o morde, è molto facile pensare che sia arrabbiato con noi o che abbia smesso di volerci bene.
Ma un pappagallo non ha bisogno di «odiarci» per morderci.
Se una situazione è percepita come minacciosa, fastidiosa o semplicemente non desiderata, può cercare di aumentare la distanza.
Se può fuggire, potrebbe scegliere di allontanarsi e raggiungere un luogo percepito come più sicuro.
Se non può farlo, può utilizzare l'aggressività come strategia per ottenere quella distanza.
Il comportamento, quindi, non è necessariamente un giudizio sulla persona.
È una risposta che deve essere compresa all'interno della situazione in cui si manifesta.
Per questo, davanti a un morso, è molto più utile chiedersi cosa sia successo prima e cosa sia accaduto subito dopo, piuttosto che concludere semplicemente:
«Il mio pappagallo è aggressivo».
«Mi sta punendo perché sono uscita»
Il pappagallo rimane solo, noi usciamo di casa e al nostro ritorno ci accoglie con un morso.
La spiegazione che ci viene subito in mente e':
«Mi sta punendo perché l'ho lasciato solo».
In realta' il nostro rientro può produrre eccitazione, aumento dell'arousal, frustrazione o una forte attivazione comportamentale.
«I miei pappagalli si odiano»
Anche nelle relazioni tra pappagalli utilizziamo spesso categorie umane.
«Si odiano.» «Sono gelosi.» «Uno è dominante.»
Ma queste etichette ci dicono molto meno di quanto pensiamo.
Se due pappagalli si evitano, si minacciano o si aggrediscono, è più utile osservare come funziona realmente la loro relazione.
Si cercano spontaneamente?
Condividono volontariamente uno spazio?
Uno dei due cerca costantemente di allontanarsi dall'altro?
La fuga e l'aggressività non devono essere considerate automaticamente come caratteristiche del soggetto: possono essere risposte adattive alle condizioni presenti in quel momento.
L'antropomorfizzazione può portarci a intervenire nel modo sbagliato
Il problema dell'antropomorfizzazione non è soltanto linguistico.
Il modo in cui interpretiamo un comportamento influenza anche ciò che facciamo dopo.
Se penso che il mio pappagallo mi abbia morso «per vendetta», potrei reagire punendolo.
Se penso che sia «cattivo», potrei cercare di controllarlo.
Se penso che voglia stare continuamente addosso a me perché «mi ama», potrei favorire senza accorgermene una relazione eccessivamente centrata sulla persona.
Se invece provo a osservare il comportamento in relazione al contesto e alle sue conseguenze, posso cercare di capire cosa sta realmente accadendo.
Non significa negare le emozioni dei pappagalli
Evitare l'antropomorfizzazione non significa pensare che i pappagalli siano privi di emozioni.
Al contrario. I pappagalli sono animali senzienti, sociali e cognitivamente molto complessi.
Il punto è non confondere l'esistenza di una vita emotiva con la nostra capacità di sapere esattamente cosa stanno pensando o quale intenzione umana stiano esprimendo.
Possiamo osservare un comportamento, riconoscere che qualcosa sta accadendo e cercare di comprenderne la funzione senza costruirci sopra una storia umana.
